Juzu: il mala giapponese, e la leggenda dietro i suoi 108 grani
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Il juzu (noto anche come nenju, butsuren o, in contesti più ampi, japamala) è il termine generale con cui in Giappone si indicano i grani di preghiera buddhisti, usato in tutte le scuole. Ha uno scopo simile al tradizionale mala, ma presenta differenze significative nella costruzione e nell'uso. Ogni scuola buddhista giapponese, dallo Zen allo Shingon, dal Tendai al Nichiren, ha sviluppato nel tempo il proprio juzu, con una propria struttura di grani, un proprio numero di nappe e un proprio modo di tenerlo in mano: la varietà è tale che, osservando il juzu di una persona, si può spesso capire a quale scuola appartiene.
Cosa hanno in comune i juzu, tra le scuole
Al di là delle differenze, alcuni elementi ricorrono in quasi tutte le tradizioni. Il numero 108 resta il riferimento più diffuso per la versione formale e completa del juzu, anche se esistono versioni più semplici, con meno grani (27, 54), e versioni più grandi, fino a 1.080 grani, usate dai monaci. Nella maggior parte delle scuole il juzu viene usato per accompagnare la recitazione di un mantra o del nome di un Buddha, e viene tenuto tra le mani durante il gassho (il gesto di preghiera a mani giunte): un'eccezione degna di nota è lo Jōdo Shinshū, dove il juzu non serve affatto a contare, ma è puramente un gesto di rispetto verso il Buddha.
Al di là della scuola, il juzu resta uno strumento di raccoglimento e un simbolo di connessione spirituale, spesso trattato come segno distintivo dell'appartenenza a una determinata tradizione.
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Juzu nella scuola Nichiren: “Nam Myoho Renge Kyo”
Il juzu viene utilizzato per contare le ripetizioni del mantra in varie tradizioni buddiste giapponesi. Nella scuola Nichiren, in particolare, il juzu ha una struttura specifica, distinta da quella delle altre scuole, progettata per il canto del mantra "Nam Myoho Renge Kyo", la pietra angolare della filosofia di Nichiren. Nichiren, un monaco del XIII secolo, enfatizzò il Sutra del Loto come il percorso principale verso l'illuminazione, insegnando che ogni individuo può raggiungere felicità e armonia attraverso una pratica costante.
Il juzu tradizionale della scuola Nichiren è composto da 108 grani principali disposti ad anello, con due grani più grandi che rappresentano il Buddha Shakyamuni e il Buddha Tahō, e quattro più piccoli che simboleggiano i Bodhisattva della Terra. Le cinque nappe rappresentano la testa, le braccia e le gambe dell'individuo, ricordando ai praticanti i 108 desideri o afflizioni che offuscano la mente.
L'origine del juzu viene spesso fatta risalire a una storia del tempo del Buddha, che compare, in forme diverse, in molte tradizioni di grani e di cui parlo ampiamente nel mio libro "La Via del Mala" (disponibile su Amazon): un re, turbato dalle difficoltà del suo regno, riceve dal Buddha il consiglio di infilare 108 semi o grani e recitarne il nome toccando ognuno di essi, una pratica che si dice gli abbia portato pace.
(Voglio segnalarlo come faccio sempre in questi casi: il sutra da cui proviene questa storia ha uno status canonico discusso tra gli studiosi.)
Oggi il juzu serve comunque come promemoria di consapevolezza e trasformazione interiore, indipendentemente da quanto letteralmente si prenda la sua storia d'origine.
Nella tradizione Nichiren, si ritiene che il juzu rappresenti:
La dualità della vita, con le due sezioni di grani che simboleggiano sofferenza e gioia, in un ciclo continuo di causa ed effetto.
Il ritmo del canto, che riflette il flusso costante della vita e la determinazione del praticante.
Protezione spirituale, con le nappe laterali che fungono, nella tradizione, da simboli di forza e fede nel Sutra del Loto.
Esistono diversi stili di juzu, anche all'interno della stessa scuola: i praticanti laici usano versioni con cinque nappe simboliche, mentre i sacerdoti ne portano di più elaborate, che riflettono il loro impegno spirituale. I materiali spaziano dal sandalo, che simboleggia la serenità, alle pietre come l'ametista e il quarzo, associate in questa tradizione a chiarezza e protezione.
Curiosità e leggende
Il juzu è ricco di storie e significati profondi. Un racconto, tramandato all'interno della tradizione più che documentato in modo indipendente, narra di come Kūkai, venerato monaco del IX secolo e fondatore del buddhismo Shingon, portò un juzu di cristallo dalla Cina al Giappone, associandolo a purezza e protezione.
Durante il periodo Kamakura, i monaci usavano juzu giganti in cerimonie collettive, contando milioni di preghiere come atto di purificazione, una pratica questa storicamente documentata.
Nelle tradizioni Nichiren e Shingon, le nappe colorate si dice rappresentino i cinque Buddha e la loro saggezza, e i praticanti le descrivono come fonte di equilibrio e protezione.
Si ritiene inoltre, tradizionalmente, che il juzu raccolga significato spirituale a ogni canto, fungendo, nel linguaggio della tradizione, da una sorta di amuleto protettivo, un'idea che riflette l'intenzione accumulata dietro la pratica ripetuta più che una proprietà misurabile dell'oggetto stesso.
Oltre al suo utilizzo come ausilio per il canto, il juzu è un simbolo di identità e appartenenza per i praticanti, uno strumento di fede e un compagno nella trasformazione interiore. È trattato con grande rispetto: i pezzi danneggiati vengono dismessi attraverso un rito cerimoniale chiamato juzu kuyō (数珠供養), tenuto tipicamente presso templi buddhisti.
