Ayahuasca: Spiritual Promise, Fast Spirituality, and Cultural Appropriation

Ayahuasca: la promessa spirituale e l’appropriazione culturale nella fast-spirituality

“Cosa può succedermi davvero?”
“Potrei perdermi, non tornare come prima?”
“Fa bene o fa male?”
“Come faccio a sapere se è adatta a me?”

Sono domande legittime. Me le sento fare, ogni tanto.
E queste sono le risposte che do.

Quando cerchiamo una trasformazione autentica, è fondamentale imparare a distinguere tra ciò che ci attrae e ciò che davvero ci nutre. Non tutto ciò che promette profondità è, di per sé, trasformativo. E non tutto ciò che è intenso è anche evolutivo.

Partiamo da un punto spesso taciuto: per arrivare a fare un lavoro serio con l’Ayahuasca servono anni di preparazione. Almeno un paio.
Non è un’esperienza da affrontare con leggerezza e, tra le esperienze di stati di coscienza alterati, è tra le più intense in assoluto.

Se non hai mai fatto prima altre esperienze simili, il mio consiglio è semplice: lascia stare.
È come essere cresciuti con la cucina lombarda e decidere all’improvviso di mangiare un Carolina Reaper intero. È potente. Può far male. E, molto probabilmente non ti farà bene.

Il secondo punto è ancora più delicato.
Perché l’esperienza possa essere significativa, occorre desiderare davvero un cambiamento. E non è affatto scontato.

Molte persone vogliono che qualcosa accada, nella speranza che qualcosa cambi da sé. Ma questo non equivale a mettersi realmente in gioco.
In questi casi, l’esperienza rischia di essere, nel migliore dei casi, inutile. Anche se la ripeti due volte. Anche se la ripeti cento.

Le sostanze non fanno il lavoro al posto tuo.
Non aprono strade se non c’è una direzione.
Non sostituiscono una scelta profonda.

C’è poi un terzo aspetto, spesso ignorato: l’integrazione.
Un’esperienza di questo tipo richiede un lavoro di integrazione immediato e nelle settimane successive, accompagnato da una guida esperta.

Se questa fase viene omessa, il rito rimane una “bella esperienza” — forse — ma non cambia la vita, né favorisce un reale progresso. Senza integrazione, l’esperienza resta sospesa. E ciò che resta sospeso, prima o poi, chiede un prezzo.

A questo si aggiunge un tema scomodo ma necessario: chi conduce questi riti.
Sempre più spesso sono guidati da uno “sciamano” di cui non è chiaro il percorso di formazione.

Negli ultimi dodici mesi sono stata chiamata già tre volte a intervenire in situazioni in cui chi guidava il rito aveva lasciato “porte aperte”, abbandonando le persone senza accompagnarle adeguatamente nel ritorno a uno stato di coscienza ordinaria, stabile e funzionale.
È questo che si intende quando si dice che qualcuno “ci è rimasto sotto”.

E quasi mai è colpa della sostanza in sé.
Molto più spesso è l’inesperienza — o l’improvvisazione — di chi conduce l’esperienza.

La ricerca contemporanea ci mostra sempre più chiaramente che le sostanze possono aiutare. I riti possono aiutare. La meditazione può aiutare.
Ma in ogni caso serve sempre un’intenzione vera.

Il cambiamento non avviene attraverso scorciatoie o formule rapide.
Avviene nella relazione profonda con sé, nel tempo dell’ascolto, nella qualità dello spazio che scegliamo di concederci per sentire.

Nota finale, necessaria.
Non conduco riti con l’Ayahuasca. Non sono una sciamana. Sono una guida.
Non l’ho nemmeno mai provata, perché non mi ritengo pronta e perché ho rispetto per la cultura dalla quale proviene.

Questo, oggi, mi sembra già un atto rivoluzionario.

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