Il mala o la mālā?
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Chi ha letto o leggerà il mio libro "La Via del Mala" scoprirà che uno dei fili che attraversa tutto il libro è la tensione tra rispetto e adattamento: quanto restare fedeli a una tradizione, e quanto è legittimo, a volte persino necessario, reinterpretarla quando attraversa una frontiera linguistica e culturale.
L'ho scritto a proposito delle pietre, delle regole sull'uso del mala, del confine tra ciò che è antico e ciò che è marketing recente travestito da saggezza millenaria.
C'è però un dettaglio che nel libro ho lasciato volutamente sullo sfondo: perché dico "il mala", e non "la mala"?
Chi mi conosce sa che non lascio mai una scelta linguistica al caso. Nel libro non ci stava, quindi eccola qui, per chi è curioso di saperne di più.
Una questione di genere, letteralmente

Mala deriva dal sanscrito mālā, che significa "ghirlanda", "collana", "fila di elementi". Nella lingua d'origine è un sostantivo femminile. E usanza vuole che le parole si traducano seguendo il genere della parola d'origine.
Usanza, non regola.
Quando una parola passa da una lingua all'altra, non è obbligata a conservare il proprio genere grammaticale originario.
In italiano, molti termini sanscriti in -a sono entrati nell'uso comune al maschile: yoga e mantra erano già maschili in sanscrito. Ma karma, per esempio, è un sostantivo neutro, e lo traduciamo "il karma".
Per somiglianza fonetica, anche il mala per me ha finito per seguire la stessa strada — devo ammettere, inizialmente, tanti anni fa, con poca consapevolezza da parte mia. Semplicemente trovavo più naturale accostare il mala non tanto alla collana o alla ghirlanda, quanto all'oggetto che nella nostra cultura gli è più vicino per funzione: il rosario. Entrambi accompagnano una pratica ripetitiva, danno ritmo alla preghiera o alla recitazione, offrono alla mano una sequenza concreta da percorrere. Poiché rosario è maschile, anche il mala mi appare spontaneamente più coerente così.
Esiste poi una ragione più quotidiana, quasi inevitabile, che ancora oggi mi fa propendere per l'uso al maschile. In italiano, l'espressione "la mala" richiama immediatamente tutt'altro immaginario: la mala sorte, la mala femmina, la malavita, la malafede. Sono associazioni non belle, che non hanno nulla a che vedere con la ghirlanda di grani, ma che il nostro orecchio riconosce prima ancora che la mente abbia il tempo di correggerle. Scegliere il maschile evita questa associazione involontaria e permette di mantenere l'attenzione sul significato spirituale dello strumento.
Per questo continuo a chiamarlo al maschile: il mala.
Non sono la sola
Non si tratta, del resto, di una scelta esclusivamente personale. Anche la scuola Satyananda utilizza tradizionalmente il termine al maschile nelle proprie pubblicazioni italiane, dalla rivista Yoga ai manuali di formazione. In uno di questi testi leggiamo, per esempio, che il mala si usa per superare la monotonia della concentrazione.
Altre scuole hanno fatto la stessa scelta. Ananda Yoga, il lignaggio fondato sugli insegnamenti di Paramhansa Yogananda e che in Italia ha uno dei suoi principali centri ad Assisi, utilizza costantemente il maschile. Gli International Sivananda Yoga Vedanta Centres adottano sistematicamente il maschile nelle traduzioni italiane delle opere di Swami Sivananda, descrivendo il japa mala come uno strumento per disciplinare la mente e sostenere la pratica meditativa.
È verosimile che i traduttori e i curatori di queste scuole sappiano perfettamente che, in sanscrito, il termine è femminile: se scelgono di utilizzare il maschile nelle pubblicazioni italiane, probabilmente lo fanno per ragioni eminentemente pratiche, forse simili alle mie.
Una piccola nota per i più curiosi
A proposito di grammatica: in sanscrito mala, con la vocale breve, esiste davvero, ma appartiene a un campo semantico completamente diverso, e può indicare impurità, sporco, scoria o contaminazione, anche in senso filosofico. La parola che indica la ghirlanda di grani è invece mālā, con la vocale lunga.
In questo articolo, come nel libro e sempre, utilizzo comunque la grafia semplificata mala, senza segni diacritici. In Occidente è ormai consuetudine scriverlo così, e questa decisione non nasce da non ignoranza o mancanza di rispetto verso la lingua d'origine, ma da esigenze puramente pratice.
La lingua viaggia, evolve sempre. Accade all'interno dello stesso perimetro geografico e culturale, accade acor di più quando le parole atterrano in culture diverse. In quest'ultimo caso specialmente è naturale che possano cambiare forma, e a volte anche significato.
È successo, per esempio, alla parola sciamano: nasce per indicare una figura rituale di uno specifico contesto siberiano, e oggi viene usata come termine generale per diverse tipologie di specialisti religiosi di culture anche molto diverse tra loro.
Una parola che è diventata un ombrello
In senso stretto, mālā è un termine sanscrito e appartiene al mondo indiano. Nel linguaggio contemporaneo, soprattutto occidentale e divulgativo, la parola mala viene però spesso utilizzata in senso più ampio, quasi come un termine-ombrello per indicare diversi tipi di grani di preghiera o di meditazione, anche quando le singole tradizioni possiedono un nome proprio.
Nel Buddhismo tibetano si parla di trengwa; in Giappone di juzu o nenju; nel mondo islamico di misbaha, subha o tasbih; nel cristianesimo cattolico di rosario; nella tradizione ortodossa di komboskini o chotki.
Anche le fonti indiane più antiche non utilizzano sempre il termine generico mālā: incontriamo denominazioni più specifiche, come japa-mala, akṣamālā o akṣasūtra, ciascuna con una propria sfumatura di significato.
Con mala sta accadendo qualcosa di simile a quanto accaduto con "sciamano": da termine specifico del mondo indiano, sta progressivamente diventando una parola più ampia per indicare strumenti di preghiera, meditazione e ripetizione appartenenti a tradizioni differenti.
L'importante è usarla con consapevolezza — come porta d'ingresso, non come cancellazione dei nomi, delle storie e dei contesti che rendono ogni tradizione unica.
Una scelta minima, un principio grande
La scelta del genere grammaticale non modifica la storia o la funzione dell'oggetto. Ci ricorda però un principio che attraversa tutto *La Via del Mala*: quando una pratica attraversa una frontiera linguistica e culturale, non rimane mai completamente immobile. Viene tradotta, accolta e, almeno in parte, reinterpretata.
Anche una scelta apparentemente minima — il mala oppure la mala — racconta qualcosa del viaggio compiuto da questo oggetto, e del modo in cui una nuova cultura tenta di trovargli posto dentro le proprie parole.
Rispetto e adattamento, ancora una volta, tenuti insieme sullo stesso filo.